Lo ricordo come fosse ieri. Una mattina qualunque, all'inizio
dell'anno scolastico, in seconda media. Faceva ancora caldo e io
guardavo fuori dalla finestra, seguendo il filo di un pensiero che
non ricordo più. A un certo punto, come facevo spesso a scuola,
avevo cominciato a toccarmi.
Massimo, seduto di fianco a me, se n'era accorto subito e aveva
bisbigliato qualcosa all'orecchio di Nabil, appoggiandosi con la
spalliera della sedia al suo banco, silenziosamente, per non farsi
scoprire dalla prof. di italiano.
A Nabil
per poco non era andata di traverso la
merendina che stava mangiando di nascosto.
Fece
appena in tempo a soffocare una
risata. Nel giro di qualche secondo lo sapevano tutti, ma non
sarebbe successo niente se Marta, seduta davanti a me, non avesse
strillato come un'aquila.
“Che succede là in fondo?”aveva urlato la Ripetti, smettendo
per un attimo di consegnare le verifiche. Evidentemente aveva trovato
da sola la risposta, perché mi spedì di corsa dal preside, non
prima di aver chiesto ai compagni dove fosse Marcella a quell'ora.
Marcella Primi era la mia insegnante di sostegno. Per “facilitare
l'apprendimento e favorire la socializzazione con i compagni”, come
recitava il p.o.f. della scuola, stava con me diciotto ore alla
settimana, la maggior parte delle quali fuori dall'aula.
Quella mattina sarebbe arrivata solo alla seconda ora, perciò la
bidella mi disse di aspettarla fuori dall'ufficio del preside.
Uscendo dall'aula sentii qualche risatina, colpi di tosse soffocati e
uno strano miscuglio tra imbarazzo ed eccitazione. Mi allungai per
prendere le mie cose e il mio braccio disobbediente, quello che ogni
tanto si muove a scatti, senza che io riesca a controllarne la
traiettoria, fece cadere l'astuccio e il diario. Nessuno li
raccolse.
“Ma che schifo...” sentii sussurrare la Paciotti, della fila
centrale “li ha toccati con le mani sporche”. Non potevo darle
torto. Non mi ero mai posto il problema, ecco tutto.
Raccattai le mie cose in fretta e corsi, una corsa un po' sghemba,
a dire la verità, fuori dall'aula. Quando Marcella arrivò,
trafelata come sempre, si fermò a parlare qualche minuto con la
Ripetti fuori dall'aula; le vedevo gesticolare e discutere a bassa
voce. La Ripetti agitava le braccia un po' flaccide, la generosa
scollatura, il collo e il volto erano paonazzi. Sembrava molto
arrabbiata. Marcella continuava a sistemarsi gli occhiali sul naso,
come faceva sempre quando era nervosa, e si tormentava la fede, unico
ricordo, insieme a due figli adolescenti, di un matrimonio finito da
tanto tempo. Quando mi raggiunse aveva la faccia stravolta.
“Ma cosa diavolo combini quando non ci sono io, eh?”bisbigliò,
mettendomi una mano sulla spalla, un attimo prima di entrare dal
preside. Non sembrava arrabbiata, non con me, almeno.
“Siediti, Marcella” disse il preside, mentre io stavo in
piedi, vicino alla porta. Ero già stato molte volte in quell'ufficio
tappezzato di schedari e di libri scolastici che profumavano di
nuovo, lasciati in visione dai rappresentanti delle case editrici.
Dalla finestra si vedevano il parco della scuola e due operai che
tagliavano la siepe. Mi incantai a guardarli.
“Dunque, la professoressa
Ripetti mi ha riferito quello che Giacomo ha fatto alla prima ora”e
mi lanciò un'occhiata severa, da sopra gli occhiali “tra l'altro
mi dicono che non è nemmeno la prima volta. Ne eri al corrente?”
Marcella divenne rossa, suo malgrado, come una studentessa colta a
fumare nei bagni e convocata nell'ufficio del preside, nonostante i
suoi quarantadue anni, dieci dei quali passati in quella scuola come
insegnante di sostegno. “Sì, lo fa spesso, quando è annoiato o
preoccupato per qualcosa. Ma di solito smette subito, e gli altri non
se ne accorgono...”provò a giustificarmi.
“Tu capisci che una situazione del genere non può essere
tollerata. Se i genitori lo venissero a sapere...”
“La psicologa dice che Giacomo cerca di stabilire un contatto
con i suoi compagni, attirando la loro attenzione in questo modo”
aveva pronunciato queste parole sottovoce, perché non le udissi.
“Forse, se invece di rinchiuderci nell'aula di sostegno tutta la
mattina rimanessimo in classe durante le ore di lezione, anche loro
si abituerebbero alla presenza di Giacomo, finirebbero col sentirlo
parte della classe....e lui la pianterebbe”
Marcella aveva pronunciato queste parole tutte d'un fiato, con un
tono che non le avevo mai sentito prima. La guardai di sfuggita,
aveva gli occhi lucidi, il viso congestionato.
“Che cosa vuoi dire?”aveva risposto il preside, a disagio. “La
nostra scuola è molto attenta al tema dell'integrazione. Non devo
certo ricordarti tutte le nostre iniziative di beneficenza a favore
degli alunni stranieri o svantaggiati, oltre allo sportello
psicologico attivo tutto l'anno e alla presenza di un tutor in ogni
classe ...”
Marcella restava in silenzio, cercando le parole giuste, come
accade alle persone timide quando vogliono dire qualcosa di
importante, e temono di non riuscire a renderlo intelligibile al
resto del mondo. Pensava al sollievo che si dipingeva sul volto della
Ripetti, quando lei e Giacomo uscivano dall'aula. Era quasi sempre
così anche con gli altri insegnanti.
Poi, come tutte le persone timide quando sentono che quello che
hanno da dire è troppo importante per restare chiuso dentro di loro,
lasciò uscire di colpo le parole, senza più cercare di arginarle.
Sentiva che quel fiume avrebbe potuto trascinarla molto lontano
dalle certezze di sempre, da quel posto da precaria nel quale per
dieci anni si era accoccolata come sopra un cuscino morbido, evitando
il più possibile gli spigoli, ma non le importava più.
O forse, semplicemente, ora c'era qualcosa che le importava di
più.
“Giacomo, e i ragazzi come lui, non se ne fanno nulla dei
discorsi sull'integrazione. A loro servono gesti concreti,
quotidiani, banali come solo la normalità può essere. Hanno bisogno
di stare con i compagni, condividendo le piccole cose che fanno di
un gruppo eterogeneo di coetanei, che fino a un attimo prima non
c'entravano nulla gli uni con gli altri, una classe: l'ansia prima di
un'interrogazione, la speranza che la prof che ritarda non arrivi per
nulla, la battuta del ragazzo simpatico che fa ridere tutti, cose
così.”
Il preside guardava fisso Marcella, con uno sguardo indecifrabile,
sotto le sopracciglia grigie e i pochi capelli rimastigli.
Io pensavo all'aula di sostegno, quella minuscola, polverosa e
opprimente stanzetta senza finestre e ingombra di vecchi libri
scolastici che nessuno avrebbe mai più letto, dove ero solito
passare la maggior parte delle mie mattine. Spesso mi era sembrata un
nido accogliente, un luogo in cui non dover rendere conto a nessuno,
se non forse a Marcella, di quello che ero. Adesso sentivo che non
era quello il mio posto, ed era stata Marcella a farmelo capire
Il preside camminava per la stanza, compiendo gesti che
tradivano, mettendolo a nudo, un disagio che avrebbe voluto
dissimulare. Le parole di quell'eterna precaria, quella che tutti,
anche i ragazzi, avevano sempre chiamato soltanto per nome, rimanendo
seduti, quando entrava in classe, come se non fosse entrato nessuno,
gli risuonavano da qualche parte, nella testa.
“Va bene, professoressa Primi. Fa' pure un tentativo.
Aumenteremo le ore di sostegno, se necessario, ma devi fare in modo
che non succeda più”disse il preside tutto d'un fiato, evitando
accuratamente di incrociare il mio sguardo.
Usciti dall'ufficio, Marcella mi disse di andare a prendere lo
zaino, e di raggiungerla in classe.