mercoledì 28 gennaio 2015

Nonnabomber

La lettera con l'ingiunzione di sfratto era sulla credenza, accanto agli occhiali e al telefonino con i tasti grandi. Le valigie e gli scatoloni, con le cose accumulate in vent'anni che stava lì, erano già stati portati via, nella nuova casa che le avevano assegnato.
Giovannina guardava le pareti spoglie di quell'appartamento che stava per lasciare, quelle pareti così sottili da lasciar passare per osmosi voci e vite al di là di esse.
Ne era passata, di vita, tra quelle pareti!
Coppie che litigavano, neonati che strillavano, l'ansimare di amanti focosi, televisori accesi a tutte le ore, e sempre a un volume troppo alto.
Le avevano tenuto compagnia, rompendo un silenzio che lei non riusciva a riempire solo con la radio e il miagolio dei suoi gatti, ma non era mai riuscita ad affezionarsi a nessuna di quelle voci al di là dei muri. In fondo erano solo voci, rumori e biancheria stesa ad asciugare sui balconi, nelle belle giornate.
Giovannina pensava che non le importava più niente, adesso che stava per andarsene. Presto, troppo presto, in quell'appartamento al primo piano ci sarebbe stato qualcun altro, forse lo stesso proprietario che ora la stava mandando via, e l'idea le faceva salire il sangue al cervello.
Aveva deciso, ormai.
Su un pezzo di carta, con la grafia elegante che aveva imparato alle elementari e le incertezze di chi, da allora, non aveva avuto molte occasioni di sfoggiarla, aveva scritto poche parole, poi aveva aperto lo sportello del telefonino per togliere la sim, gettandola sul tavolo.
Infine aveva trascinato faticosamente la bombola del gpl nell'ingresso, aveva aperto la valvola e chiuso la porta, allontanandosi più in fretta che poteva da quel mondo che non le apparteneva più.
Aveva lasciato il pezzo di carta sotto il tergicristallo di un'auto parcheggiata poco distante dal palazzo, poi aveva alzato per l'ultima volta lo sguardo.
Tutto era come sempre: dalle finestre uscivano i soliti rumori, e c'era la solita biancheria stesa a gocciolare, al secondo piano.
La stessa, irritante, meravigliosa normalità di cui lei non avrebbe fatto più parte.
Nemmeno voi, pensava tra sé. “Il signore non ve la farà godere, perché siete ladri”, aveva scritto.
Qualche ora più tardi, quando il gas della bombola aveva saturato l'aria del piccolo appartamento, invadendo il pianerottolo antistante, qualcuno aveva acceso una luce, o premuto il tasto dell'ascensore, scatenando un inferno di cui non sospettava l'esistenza.
L'esplosione aveva innescato un gigantesco incendio. C'era fumo dappertutto, e grida, e fuoco, e sangue.
I vigili del fuoco, quando il fumo si era diradato abbastanza da consentire di vedere, avevano trovato, tra gli oggetti scaraventati in aria dalla deflagrazione, delle mutande, forse strappate dal filo del bucato, coperte di sangue, e un telefonino dai tasti grandi, senza la sua sim.
Lei l'avevano trovata quasi subito, nella sua nuova casa.La grafia d'altri tempi, e la porta chiusa a chiave l'avevano tradita, portando subito a lei.
“Non sono pentita” aveva mormorato soltanto, gli occhi fissi e i pugni chiusi, al poliziotto che le aveva spiegato le conseguenze di quel suo gesto.



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