La lettera con
l'ingiunzione di sfratto era sulla credenza, accanto agli occhiali e
al telefonino con i tasti grandi. Le valigie e gli scatoloni, con le
cose accumulate in vent'anni che stava lì, erano già stati portati
via, nella nuova casa che le avevano assegnato.
Giovannina guardava
le pareti spoglie di quell'appartamento che stava per lasciare,
quelle pareti così sottili da lasciar passare per osmosi voci e vite
al di là di esse.
Ne era passata, di
vita, tra quelle pareti!
Coppie che
litigavano, neonati che strillavano, l'ansimare di amanti focosi,
televisori accesi a tutte le ore, e sempre a un volume troppo alto.
Le avevano tenuto
compagnia, rompendo un silenzio che lei non riusciva a riempire solo
con la radio e il miagolio dei suoi gatti, ma non era mai riuscita ad
affezionarsi a nessuna di quelle voci al di là dei muri. In fondo
erano solo voci, rumori e biancheria stesa ad asciugare sui balconi,
nelle belle giornate.
Giovannina pensava
che non le importava più niente, adesso che stava per andarsene.
Presto, troppo presto, in quell'appartamento al primo piano ci
sarebbe stato qualcun altro, forse lo stesso proprietario che ora la
stava mandando via, e l'idea le faceva salire il sangue al cervello.
Aveva deciso, ormai.
Su un pezzo di
carta, con la grafia elegante che aveva imparato alle elementari e le
incertezze di chi, da allora, non aveva avuto molte occasioni di
sfoggiarla, aveva scritto poche parole, poi aveva aperto lo sportello
del telefonino per togliere la sim, gettandola sul tavolo.
Infine aveva
trascinato faticosamente la bombola del gpl nell'ingresso, aveva
aperto la valvola e chiuso la porta, allontanandosi più in fretta
che poteva da quel mondo che non le apparteneva più.
Aveva lasciato il
pezzo di carta sotto il tergicristallo di un'auto parcheggiata poco
distante dal palazzo, poi aveva alzato per l'ultima volta lo sguardo.
Tutto era come
sempre: dalle finestre uscivano i soliti rumori, e c'era la solita
biancheria stesa a gocciolare, al secondo piano.
La stessa,
irritante, meravigliosa normalità di cui lei non avrebbe fatto più
parte.
Nemmeno voi, pensava
tra sé. “Il signore non ve la farà godere, perché siete ladri”,
aveva scritto.
Qualche ora più
tardi, quando il gas della bombola aveva saturato l'aria del piccolo
appartamento, invadendo il pianerottolo antistante, qualcuno aveva
acceso una luce, o premuto il tasto dell'ascensore, scatenando un
inferno di cui non sospettava l'esistenza.
L'esplosione aveva
innescato un gigantesco incendio. C'era fumo dappertutto, e grida, e
fuoco, e sangue.
I vigili del fuoco,
quando il fumo si era diradato abbastanza da consentire di vedere,
avevano trovato, tra gli oggetti scaraventati in aria dalla
deflagrazione, delle mutande, forse strappate dal filo del bucato,
coperte di sangue, e un telefonino dai tasti grandi, senza la sua
sim.
Lei l'avevano
trovata quasi subito, nella sua nuova casa.La grafia d'altri tempi, e
la porta chiusa a chiave l'avevano tradita, portando subito a lei.
“Non sono pentita”
aveva mormorato soltanto, gli occhi fissi e i pugni chiusi, al
poliziotto che le aveva spiegato le conseguenze di quel suo gesto.
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