martedì 7 aprile 2015

Se, passando di qui, avete letto uno di questi racconti, lasciate un commento. Grazie.

Melampo



Sfido chiunque a dire chi sono. Su, non fate finta di saperlo. Non lo sa mai nessuno.
Tutti si ricordano del grillo, del gatto, della volpe, dei ciuchi e perfino del pesce-cane, ma di me, un cane, appunto, e dunque, almeno in teoria, il migliore amico dell'uomo, non si rammenta nessuno.
Ammetto di non essere mai stato un eroe, uno che si fa notare per forza, e di aver sempre amato il quieto vivere. Quando ho scoperto che le faine rubavano dal pollaio del padrone, avrei voluto denunziarle, abbaiando furiosamente. Il padrone sarebbe uscito, in camicia com'era, e “pum, pum!” con quattro schioppettate le avrebbe fatte fuori in un lampo. Io, ad andar bene, avrei avuto una pacca sulla testa e un tozzo di pan secco in più nella ciotola.
Le faine, invece, mi hanno dato una pollastra intera, in cambio del mio silenzio, e così ogni settimana, per anni. Era il nostro piccolo segreto.
Se quel burattino non avesse preso il mio posto, dopo che ero morto, nessuno lo avrebbe mai saputo, e io avrei ancora la mia reputazione intatta.
Via, il gatto e la volpe non eran forse peggiori di me? Truffatori di professione, ecco cos'erano! E tutti quei perdigiorno trasformati in ciuchi, che hanno causato tanto dolore ai loro babbi e alle loro mamme?
Io sono solo stato zitto. Dormivo. Avevo anche una certa età, dopo tutto.
Ma la colpa di questo oblio,  di questa sorta di damnatio memoriae, non è del burattino, lui ha tenuto la bocca chiusa, perchè non si parla male dei morti, ha detto.

La colpa è di Walt Disney, che non mi ha disegnato nel suo film e di tutti quelli che sono convinti che Pinocchio l'abbia inventato lui.

Lidia




Stavo passando per il corridoio che porta in cucina, come faccio tante volte ogni giorno, quando all'improvviso mi sei venuta incontro tu. Dalla parete di fondo, dove sono appese le fotografie più care, mi hai guardato con i tuoi occhi curiosi e penetranti, appena velati dalla cataratta.
Sono gli stessi occhi di una tua foto di tanto tempo fa: era da poco terminata la grande guerra e tu, jeune fille della Rovigo-bene, guardavi dritto davanti a te, accennando un sorriso che mi ha sempre fatto pensare a Monna Lisa. Eri bella, col tuo sguardo severo e dolce allo stesso tempo, forse un po' rigida nel tuo abito inamidato.
Mi raccontavi sempre che dovevi sforzarti di stare dritta, perchè avevi il vizio di curvare le spalle, forse per nascondere un seno troppo fiorente, di cui  ti vergognavi un po'. E lo stesso pudore di allora, misto a un compiacimento sottile, ti faceva arrossire ancora, ogni volta che qualcuno, ingannato dalla freschezza del tuo sguardo, sbagliava a indovinare la tua vera età.
Mi sono sempre domandata quante cose avesse visto, quello sguardo, in quasi un secolo di vita:due guerre, un'alluvione, quella del tuo Polesine, infiniti governi. Persino l'ultimo re.
Ricordavi i comizi di Matteotti nella tua città, come fu ucciso. Era incredibile ascoltarti raccontare in prima persona cose che avevo studiato sui libri, e che a me sembravano così lontane...
La tua vita ha seguito inesorabilmente i sentieri della Storia: il collegio interrotto bruscamente dalla piena del Pò, che costrinse tanti veneti ad abbandonare le loro case;il matrimonio, subito dopo la prima guerra mondiale, con un professorino di lettere che portava ancora nella gamba sinistra il segno della sua fedeltà alla patria; la fatica, poi, di sfamare quattro adolescenti con i buoni del governo fascista, le corse in bicicletta nelle campagne vicine o al mercato nero per rimediare un chilo di patate o di pasta in più.
Più di una volta, mi dicevi, avevi dovuto gettare a terra la bicicletta e ripararti in un fosso, per sfuggire a uno dei tanti attacchi aerei.
Chissà se, quando ti scattarono quella fotografia, pensavi che la tua vita sarebbe stata così difficile, e così lunga.
Avevi ventun anni quando incontrasti il tuo Luigi: lui era piccolo, magro e bruttino, ma aveva un ciuffetto biondo che, a distanza di settant'anni, ti faceva ancora brillare gli occhi, al ricordo.
Insegnava lettere al liceo in una città della Lombardia, amava la letteratura e l'arte sopra ogni cosa, ma si innamorò di te e ti chiese di lasciare tutto per seguirlo.
Quando raccontavi della tua terra  tornavi per un momento la ragazza di allora e sul tuo volto potevo leggere ancora la malinconia che dovevi aver provato e  quanto ti doveva essere costato scegliere quell'amore dal quale sono nati quattro figli, quindici nipoti e tanti pronipoti.
Intorno a te sono nate tante nuove vite, alcune si sono spente troppo presto, facendoti esclamare ogni volta che non era giusto, che toccava prima a te.
Del resto la tua salute di ferro, che a 97 anni ti permetteva ancora di vivere da sola, ci aveva illusi che tu ci saresti stata per sempre.
Eri il “refugium peccatorum”, come dicevi tu, di figli e nipoti; quando ti accorgevi che uno dei tuoi stava per commettere una sciocchezza non esitavi ad ammonirlo, ma tornavamo tutti a farci consolare da te, dopo l'ennesima delusione, certi di trovare  la tua porta e e tue braccia sempre aperte. .
Credo fosse proprio questa tua inesauribile disponibilità ad accogliere tutto ciò che era nuovo e diverso, a guardare con curiosità a tutto ciò che ti accadeva intorno a renderti così incredibilmente giovane e moderna.
Ultimamente eri felice perchè, dicevi, anche io che ero l'ultima dei tuoi nipoti stavo per sposarmi con un ragazzo che ti ricordava un po' il nonno. Finalmente, dicevi, potevi aspettare che il Signore ti prendesse, perchè eri un po' stanca anche tu.
E adesso che  mi guardi dalla parete, il viso  un po' corrucciato di chi viene fotografato a tradimento, e a volte mi manchi terribilmente, vorrei dirti grazie per avermi accompagnato fin qui.


Storia del mio occhio sinistro




Ho deciso di raccontare la storia del mio occhio sinistro perchè sento terribilmente la sua mancanza, ma non è facile, credetemi.
Il fatto è che quando ce li hai, gli occhi, non pensi mai che potresti perderli per sempre. A me è successo in una mattina incredibilmente azzurra, proprio come il mio occhio sinistro, dopo una notte passata a bere vino davanti al fuoco con degli uomini che avevo conosciuto qualche giorno prima.
Non che cercassi compagnia, a me piaceva star solo, di solito, sulla mia isola in mezzo al mare.
Un tempo era diverso: quando ero bambino parlavo in continuazione, e quell'erinni della maestra mi aveva soprannominato “chiacchierone”...
Forse per questo sono diventato sempre più taciturno e solitario, ma non quella sera.
Quegli uomini, che erano entrati nella mia caverna mentre ero fuori a pascolare le mie pecore,  mi avevano offerto doni, come  per scusarsi di quell'intrusione.
Dapprincipio la  rabbia per averli trovati in casa mia mi aveva reso pazzo, e per questo alcuni di loro pagarono con la vita, ma poi cominciai ad abituarmi alla loro presenza.
Quella sera, quello che sembrava il loro capo mi aveva versato del vino, e avevamo cominciato a bere, scaldandoci al fuoco. Mi aveva raccontato dei suoi viaggi, di una guerra sanguinosa combattuta per una donna, della sua sposa rimasta sola a crescere il lorobambino, e della sua isola petrosa.
Poi, verso l'alba,  il vino aveva avuto la meglio sulla mia voglia di ascoltare ancora, e mi ero assopito, abbandonandomi alle dolci lusinghe di Morfeo.
Quello che avvenne dopo è difficile da raccontare. Ancora oggi, il solo ricordo mi acceca di rabbia.
Ma non è solo la rabbia, a rendermi cieco. Quando quel dolore bruciante mi strappò dal sonno sentivo il calore del sole sulla pelle, ma intorno a me c'era solo buio.
Le mie urla disumane avevano allarmato i miei fratelli, che vivevano nelle isole vicine. Mi  chiesero cosa fosse successo, chi mi avesse fatto del male. “Nessuno!” urlai, con quanto fiato avevo in corpo. Lui, il capo, quello che aveva affondato il palo infuocato nel mio occhio sinistro, il mio unico occhio, in realtà,  aveva detto di chiamarsi così.



Paola e Francesco

Paola e Francesco



Era passato quasi un anno da quando si erano rivisti, alla fermata del taxi. Quel vecchio amore dei primi anni d'università, Francesco, era diventato un avvocato penalista, una piccola celebrità, nel suo campo.
Avevano bevuto un caffè insieme, parlato per ore, raccontandosi vent'anni di vite parallele, e si erano salutati come se si fossero visti il giorno prima, e fossero certi di incontrarsi quello successivo.
Per un po', invece, non si erano rivisti; troppo occupato lui ad avviare lo studio che aveva aperto in città, troppo preoccupata lei di quali sarebbero potute essere le conseguenze di questo amarcord.
Poi non ce l'avevano fatta: troppa la voglia di riprendere il filo di un discorso che in qualche modo non si era mai spezzato, e aveva continuato a correre in qualche profondità ben nascosta di loro. Vincendo quel vago senso di colpa che le prendeva lo stomaco quando pensava a lui, aveva deciso di chiamarlo e si erano incontrati di nuovo. Avevano parlato di com'erano, dei sogni di allora, delle scelte di poi...
Avevano parlato degli amici comuni e di quelli nuovi, e discusso di politica, scoprendosi dentro una rabbia diversa da quella di un tempo e nuove passioni in comune.
Paola guardava quegli occhi color lapislazzuli e pensava a cosa poteva essere andato storto. Erano così simili, con la loro ironia che a volte sconfinava nel sarcasmo, l'amore per il bello, la tendenza ad andare sempre in profondità.
Pensava che, quando se n'era andato, aveva capito di aver perso una parte di sé.
Ma l'amore non c'entrava niente.
Dopo tutto quel tempo aveva capito che non era la loro storia a mancarle, ma proprio quella parte di sé.
Gliel'aveva detto, sperando di non ferirlo. Francesco, per un istante, era rimasto in silenzio, sospeso.
Poi si era aperto in un sorriso che lei non gli aveva ancora mai visto. "Credevo che non avrei mai potuto dirtelo. Avevo paura  che tu, in fondo, fossi ancora innamorata di me...Adesso, finalmente, posso presentarti Andrea, il mio compagno"




Grande... in qualcosa.




Eh, no, Alessandro, non si fa così.
Prima mi hai fatto intendere che sarei stato protagonista della mia storia, mi hai blandito dicendo che senza di me i fatti non si sarebbero potuti svolgere come poi è avvenuto. Mi hai indotto a  pensare di avere potere di vita e di morte su coloro che mi circondavano,  che il loro destino dipendesse dalla mia volontà. Invece eri tu a decidere.
Intorno a me hai posto soldati pronti a tutto, che avrebbero dovuto difendermi dai molti nemici che attentavano alla mia vita, e che hanno saputo soltanto rimanere fedeli all'unico vero padrone di questo mondo:il denaro.Bravi!
Mi hai dato una donna da volere ad ogni costo, non perchè fosse la più bella, o la più desiderabile tra le tante che avrei potuto avere,  ma solo perchè sapevo che non era destinata a me.
E cosa è successo? Lei, l'oggetto del mio amore egocentrico, si é rivelata una gran donna, altro che la contadinella sprovveduta che mi era sembrata. Non ci ho fatto una bella figura, ne converrai. Perfino quella testa calda del suo fidanzato, Lorenzo mi par che si chiamasse, ha avuto un gran coraggio e una determinazione fuori dal comune nel volermela strappare dalle mani.
Hai costellato la tua storia di personaggi indimenticabili, grandi, ciascuno, in qualcosa.
Come quel frate dagli occhi che sfolgoravano come due cavalli bizzarri, che ha osato, in casa mia!, alzare il dito contro di me. Avrei potuto schiacciarlo come una mosca, se solo tu avessi voluto; o come quel patetico prete di campagna,  un vero gigante nella mediocrità, immenso, nella sua pusillanimità.
E colui che non dev'essere nominato? No, Voldemort  non c'entra, è arrivato molto più tardi,  parlavo di lui, il cattivo per eccellenza: l'Innominato.
Ma dimmi:che bisogno avevi di inventare un altro personaggio malvagio...Io non ti bastavo?
Non potevi fare me, e me solo “grande nel male”? Invece no, mi hai relegato a un eterno secondo posto, a un limbo fatto di se e di ma, di occasioni mancate e di decisioni mai prese. E poi, come se non bastasse, hai trasformato quel sordido assassino nell'esempio più alto di come anche il più grande peccatore possa diventare un uomo capace di trasformare il male in bene. Ma solo chi è grande, ma veramente grande  lo può fare.
Io, invece,  non sono grande in nulla, se non forse nella frustrazione di sapere che rimarrò  per sempre, perchè tu hai deciso così, tra le pagine di un capolavoro che resterà nella storia della letteratura, poco più di una comparsa in quella che sarebbe dovuta essere la mia storia.


giovedì 2 aprile 2015

Deus ex machina



La verità è che su di me, e su quelli come me, grava da sempre il peso di una condanna atavica che ci rende disprezzabili agli occhi di chiunque. Anche i bambini piccoli, ancora immuni dal tarlo del pregiudizio, istintivamente si ritraggono, atterriti, nel vederci. Avevo imparato, mio malgrado, a vivere con la sola compagnia di me stesso e dei miei pensieri, e a nascondermi, ogni volta che sentivo qualcuno avvicinarsi.
Lui era diverso: quel ragazzino dai capelli biondi e dal volto carico di domande era arrivato all’improvviso e, vedendomi, non era fuggito gridando. Diceva che mi trovava buffo. Era solo, e sperduto. Forestiero, proprio come me, che mi sentivo forestiero ovunque andassi. Voleva solo tornare a casa, lui che una casa ce l’aveva.
Io, incredulo e grato per quell’insperata confidenza, lo ascoltavo con la diffidenza di chi, troppe volte, ha dovuto temere per la sua stessa vita, ma qualcosa, nei suoi occhi, mi diceva che non mi avrebbe fatto del male. Gli dissi che potevo aiutarlo a ritrovare la strada di casa, se voleva. Aveva paura, ma accettò.
Ci demmo appuntamento, decidemmo il luogo e il giorno del nostro prossimo incontro, quello che lo avrebbe riportato, per sempre, a casa.

Ma tanto è sempre la stessa storia: tutti ricordano la sua rosa, la volpe e perfino la pecora; di me, di quel guizzo giallo tra la sabbia del deserto, un istante prima che l’ometto dai capelli color del grano tornasse a ridere sull’asteroide  B612, non si ricorda nessuno.

Il superstite

Il superstite


Dicono che sono fortunato. Sono uno dei pochi sopravvissuti a quest’inferno di morte e miseria che è diventata la mia città. All'inizio sembrava solo una carestia, un momento difficile come ne avevamo già conosciuti, in passato. Poi abbiamo cominciato ad ammalarci, uno dopo l’altro, forse perché la fame e la disperazione ci avevano resi deboli, e a cadere come mosche, o come i topi che ci contendevano i giacigli e ci avvelenavano l’aria.
 Per primi sono morti mio padre e mia madre,  poi mia moglie e i ragazzi, uno a uno. 
Li hanno portati via su un carro, mentre deliravo per la febbre; non ho avuto il tempo di piangerli. Pensavo che li avrei raggiunti dopo poco tempo. Non è stato così. Sono ancora qui, sono guarito, e ora sono immune da questo morbo assassino, che continua a mietere vittime innocenti e non, senza distinzioni di genere, ceto o religione.
Sono immune, ho sconfitto la morte e ora posso girare per la città senza paura di incontrarla di nuovo, se non negli occhi dei moribondi, o in quelli, sbarrati, dei cadaveri che raccolgo per strada.  Sono maledetto, perché ormai vivo della morte degli altri, senza poter invocare la mia. Turpe, perché quei cadaveri sul carro, per me, sono solo corpi da buttare in una fossa comune, per farli scomparire alla vista.
Eppure oggi, quando quella donna dal volto dolente, di una bellezza che i  segni della malattia impressi sul corpo non riuscivano a offuscare, mi è venuta incontro, con la sua bambina morta tra le braccia, ho provato per lei un istintivo rispetto, come quando, da bambino, mia madre mi portava in chiesa e mi faceva togliere il cappello, davanti al Crocifisso. Ha voluto appoggiarla lei sul carro, sistemandola come se dormisse, e coprendola con un lenzuolo candido. Mi ha pregato di seppellirla con cura, e mi ha pagato perché lo facessi. Poi  mi ha dato appuntamento per quella sera stessa, perché tornassi a prendere anche lei, insieme alla sua figlia più piccola.

Io giravo tra le mani il sacchetto pieno di monete che quella donna mi aveva dato, certamente tutto quello che aveva. Ci avrei comprato del pane, molto pane, e altre cose da mangiare. Ero fortunato: sarei sopravvissuto ancora a lungo, eppure non potevo fare a meno di pensare che la vera fortunata fosse lei.

martedì 17 febbraio 2015

Libero Bonamici



Da qualche settimana al numero 18 di via Sottocasa, non lontano dalla piazza principale di Borgo Propizio,  erano in corso i preparativi per l'apertura di un nuovo esercizio commerciale.
Gli abitanti del Borgo si domandavano cosa si celasse dietro quell'insegna un po' retrò che recitava, a caratteri dorati in campo celeste: “Ufficio delle cose perdute”.
“Di sicuro è una specie di banco dei pegni, o  uno di quei comproro in franchising che si usano adesso. Strano, però, che il sindaco Rondinella gli abbia dato il permesso di aprire proprio qui, dentro le mura...” aveva commentato Dora, la giornalaia, di solito la più informata sulle novità di Borgo Propizio e dintorni.
Che stavolta, però, si fosse sbagliata di grosso era apparso chiaro nel momento stesso in cui Libero Bonamici, il proprietario, aveva sollevato per la prima volta la saracinesca, un mattino di settembre.
Dietro una porticina dai vetri un po' appannati, che pareva rubata a  un vecchio ufficio postale, si apriva un piccolo vano quadrato, illuminato da lanterne di ogni forma e dimensione, che diffondevano una luce calda e accogliente.
Su ogni parete scaffali di legno dai colori pastello, pieni zeppi di tutti quegli oggetti che, nella memoria di ciascuno, occupano un posto importante:un Cicciobello anni '70 col suo vestitino di lana azzurra, una polaroid perfettamente funzionante, un mangiadischi rosso con tutta la collezione delle Fiabe sonore, una sdraio da giardino fatta di fili di gomma intrecciati, carta da lettere per la posta aerea e le mille altre cose che la fantasia, il sogno o il ricordo, custodiscono gelosamente in qualche armadio segreto.
Lui, Libero, per lavoro toglieva i sogni dall'armadio e li restituiva, più vividi e brillanti che mai, a coloro che credevano di averli smarriti.
Bastava che un cliente entrasse nell' “Ufficio delle cose perdute” e  gli spiegasse cosa stava cercando e lui, in un battibaleno, riusciva a scovare proprio quell'oggetto.
Prodigi di Internet, che a volte è quasi meglio di una bacchetta magica, ma non solo.Lui sapeva esattamente cosa cercare anche quando il cliente stesso,  indeciso, non riusciva a spiegarlo chiaramente.
Prodigi dell'empatia e dell'esperienza, che sono molto meglio di una bacchetta magica, e perfino di Internet.
Quello che lo incantava, del suo lavoro, era vedere uscire dal suo negozio i clienti con quella gioia negli occhi che hanno solo i bambini molto piccoli, o gli anziani molto saggi.
Lui anziano non era ancora, con quel volto che raccontava, attraverso la trama sottile delle rughe,  mezzo secolo di una vita  per lo più serena, e saggio...be' , lui non avrebbe scelto quell'aggettivo per descrivere se stesso. Errori ne aveva fatti, eccome.
Se n'era andato da Borgo Propizio quando aveva vent'anni, per cercare, fuori da quelle mura cadenti, il respiro che si sentiva mancare, ed era tornato perchè si era accorto che, lontano da lì, gli mancava il respiro.
Chissà se Cesare, il suo amico di quando sogni e realtà erano ancora un tutt'uno,  abitava ancora al Borgo, e che ne era stato di lui.
Sapeva, perchè glielo aveva detto sua madre buon'anima, che era diventato avvocato, si era sposato e aveva una figlia, ma era passato molto tempo da allora, e di lui aveva perso ogni traccia. 
Se un giorno Cesare fosse entrato nel suo negozio sapeva esattamente che cosa avrebbe cercato per lui, frugando tra i ricordi di entrambi, pensava Libero, rigirando tra le mani un soldatino di latta rosso e blu identico a quelli che avevano accompagnato tanti  dei loro pomeriggi, dopo la scuola.
Uno di questi giorni, aveva deciso, sarebbe andato a cercarlo

sabato 7 febbraio 2015

Oltre la serratura




“Padre, ho peccato”
“Parla, figliola, ti ascolto”
“Mio marito è avvocato, professore di diritto, commendatore: un uomo stimato e a volte temuto, un padre severo, per i nostri figli, un punto di riferimento anche per me. Tuttavia...”
“Tuttavia?”
“Da alcuni giorni, dopo che era tornato da un viaggio di lavoro in Umbria, lo vedevo preoccupato, pallido, dimagrito. Lui, che  loquace non è mai stato, aveva smesso  di parlare del tutto, e ogni piccolo rumore, perfino lo zampettare della nostra vecchia cagna sulle assi del pavimento, lo faceva sobbalzare.”
“Hai provato a domandargli cosa lo tormentasse?”
“Impossibile cavargli una sola parola! Lei non conosce mio marito, padre. E, dopo tutto, alla luce di quanto è accaduto poi, nemmeno io posso dire di conoscerlo davvero.”
“L'uomo è un  mistero che solo Dio è in grado di svelare. Non sempre possiamo comprendere chi ci sta accanto, ma continua...”
“Gli ho suggerito di consultare un medico, perché quel pallore e il tremolio delle sue mani mi parevano indizi certi di una qualche malattia, ma egli non ha voluto sentir ragioni.”
“E cos'è accaduto, allora?”
“Durante il giorno, e spesso fino a tarda notte, mio marito lavora nello studio che si trova nell'ala est della nostra casa. Io sto bene attenta che i ragazzi non vadano a far chiasso nei corridoi, per non disturbarlo, e cerco di ridurre al minimo i rumori della casa. Il lavoro, per lui, viene prima di ogni altra cosa, sa?”
“Egli lavora per la sua famiglia, e anche per lei, mi pare! Non vorrà biasimarlo…”
“Ma no, no, certo. Dicevo soltanto che per me è normale vederlo tutto il giorno chiuso nel suo studio, tra le sue carte e i suoi libri di diritto, colla sola compagnia della vecchia cagna, che ha l’abitudine di dormire sul tappeto, accanto a lui; ma non si era mai chiuso a chiave, prima di allora…”
“Forse temeva di esser disturbato da uno dei ragazzi…”
“No, le ho detto che li tengo sempre lontani da quell’ala della casa. Così mi è parso strano, e ho voluto saperne di più…”
“La curiosità è una cattiva consigliera, figlia mia. Che cos’hai fatto?”
“Sono andata nel corridoio, vicino alla porta dello studio. Si sentiva solo il ticchettio della pendola, al di là della porta. Poi ho accostato l’orecchio, e ho udito un rumore leggero di passi, via via più veloci e concitati, e  altri passi ancor più leggeri, che graffiavano l’impiantito. Non capivo cosa stesse succedendo, e così…”
“E così?”
“Ho guardato dal buco della serratura, padre…”
“Questo è male, lo sai, vero? Ma è un peccato veniale, il Signore ti perdonerà…Dimmi, cos’hai visto, oltre quella porta chiusa?”
“Mio marito era in piedi, in mezzo alla stanza. Il suo volto… il suo volto era irriconoscibile. Sorrideva, con due occhi folli di gioia…sfrenata, direi e…”
“…”
“Davanti a lui c’era la nostra vecchia cagna lupetta,  con gli occhi, già appannati dalla vecchiaja,  spalancati e come attoniti. E lui…”
“…!”
“Lui la teneva per le zampe posteriori e le faceva fare…”
“Basta, figliola, non è necessario che tu continui…”
“No, padre! Non posso tacere. Non potevo credere ai miei occhi. Per un momento ho pensato di avere le traveggole.
Lui, l’esimio professore, avvocato e commendatore, lui, il padre e marito esemplare, l’uomo tutto d’un pezzo…stava giocando con lei alla carriola,  come un qualsiasi monello!”
 (piccolo omaggio e sequel immaginario de  "La carriola" di Luigi Pirandello)





venerdì 30 gennaio 2015

Gastone, all'improvviso.

E poi...ci sarebbe Gastone!”La volontaria del canile che ci faceva strada tra le gabbie, alla ricerca
del nostro nuovo amico, si era fermata un attimo, colta da un' improvvisa ispirazione .
“E' un po' in la' con gli anni, ma è ancora in gamba, ed è un tesoro. E' in canile da più di dieci
anni...”
“No” pensavo. Avevamo da poco perso la nostra Isotta, morta a 15 anni dopo una lunga malattia ed
ero assolutamente certa di volere un cucciolo, o almeno un cane giovane. Di sicuro non un cane di
undici anni...
Nel frattempo i miei bambini erano già corsi avanti, verso la gabbia che la signora ci aveva indicato,
e mio marito ed io li raggiungemmo, incuriositi.
Dietro le sbarre, sdraiato al timido sole di gennaio, c'era un cane tre volte più grosso della nostra
cagnolina, dal pelo rossiccio e con una grossa protuberanza sul capo.
Nel vederci arrivare, spalancò le fauci, scoprendo una fila di denti di tutto rispetto.
“Vi presento Gastone, il cane che ride!” commentò la volontaria, entrando nella gabbia e facendoci
cenno di seguirla.
Anche il mio bimbo di cinque anni si fece coraggio ed entrò, ricevendo una leccatina sul viso a mo'
di saluto.
“Prendiamo lui, vero?” dissero in coro gli altri tre. Provai a replicare, proponendo altri cani che
avevamo visto, tutti più giovani e meno “ingombranti”di lui, ma la loro risposta mi lasciò senza
fiato.
“E' stato tutta la vita in canile e nessuno lo ha mai voluto. Gli altri cani sono belli e giovani,
troveranno subito qualcuno che li porterà con sé. Lui ha solo noi”
Lo prendemmo il sabato successivo e da allora sono passati sedici mesi. Gastone è diventato uno di
noi, è come se ci fosse sempre stato. Sappiamo bene che il tempo che ci resta da passare insieme
non sarà tantissimo, ma in fondo mai nessuno lo sa.

giovedì 29 gennaio 2015

Art. 843



Prendi un pallone di cuoio, di quelli che hanno visto tempi migliori. Prendi un ragazzino, meglio due. Quattro e' perfetto. Mettili nel cortile, nemmeno troppo grande, di una casa stretta tra altre case: è subito "partitone". Qualche tiro di prova, tanto per saggiare l'avversario, e poi parte il primo goal!
Solo che il cancello
è basso, e il pallone vola fuori, atterrando nel giardino del vicino. "Noo! Proprio lì doveva finire" pensano i ragazzi, preparandosi ad andare a recuperarlo. Altre volte, vincendo la timidezza, hanno suonato quel campanello e si sono trovati di fronte a quegli occhi duri, opachi.
"La prossima volta non ve lo do piu'" aveva abbaiato l'ultima volta, ma sono passati nove mesi; non pensano che dica sul serio. E invece
è serissimo e, dopo averli insultati, sparisce portandosi via il pallone.
Sarebbe potuta finire così, per quieto vivere, per non rispondere alla violenza con la violenza. Ma i ragazzini hanno due genitori che credono nel diritto e nel potere della parola. Scrivono una lettera, al vicino, citano un articolo del codice civile che vieta di appropriarsi di oggetti caduti accidentalmente nel proprio giardino.

Il vicino e la moglie si rivolgono a un legale, che consiglia loro di restituire al più presto il maltolto. A malincuore, nottetempo, gettano il pallone in un angolo nascosto del giardino di fronte.
Ora i ragazzini possono continuare la loro partita, sapendo che il diritto vince sulla prepotenza.

mercoledì 28 gennaio 2015

Il posto di Giacomo



Lo ricordo come fosse ieri. Una mattina qualunque, all'inizio dell'anno scolastico, in seconda media. Faceva ancora caldo e io guardavo fuori dalla finestra, seguendo il filo di un pensiero che non ricordo più. A un certo punto, come facevo spesso a scuola, avevo cominciato a toccarmi.
Massimo, seduto di fianco a me, se n'era accorto subito e aveva bisbigliato qualcosa all'orecchio di Nabil, appoggiandosi con la spalliera della sedia al suo banco, silenziosamente, per non farsi scoprire dalla prof. di italiano. A Nabil per poco non era andata di traverso la merendina che stava mangiando di nascosto. Fece appena in tempo a soffocare una risata. Nel giro di qualche secondo lo sapevano tutti, ma non sarebbe successo niente se Marta, seduta davanti a me, non avesse strillato come un'aquila.
“Che succede là in fondo?”aveva urlato la Ripetti, smettendo per un attimo di consegnare le verifiche. Evidentemente aveva trovato da sola la risposta, perché mi spedì di corsa dal preside, non prima di aver chiesto ai compagni dove fosse Marcella a quell'ora.
Marcella Primi era la mia insegnante di sostegno. Per “facilitare l'apprendimento e favorire la socializzazione con i compagni”, come recitava il p.o.f. della scuola, stava con me diciotto ore alla settimana, la maggior parte delle quali fuori dall'aula.
Quella mattina sarebbe arrivata solo alla seconda ora, perciò la bidella mi disse di aspettarla fuori dall'ufficio del preside. Uscendo dall'aula sentii qualche risatina, colpi di tosse soffocati e uno strano miscuglio tra imbarazzo ed eccitazione. Mi allungai per prendere le mie cose e il mio braccio disobbediente, quello che ogni tanto si muove a scatti, senza che io riesca a controllarne la traiettoria, fece cadere l'astuccio e il diario. Nessuno li raccolse.
“Ma che schifo...” sentii sussurrare la Paciotti, della fila centrale “li ha toccati con le mani sporche”. Non potevo darle torto. Non mi ero mai posto il problema, ecco tutto.
Raccattai le mie cose in fretta e corsi, una corsa un po' sghemba, a dire la verità, fuori dall'aula. Quando Marcella arrivò, trafelata come sempre, si fermò a parlare qualche minuto con la Ripetti fuori dall'aula; le vedevo gesticolare e discutere a bassa voce. La Ripetti agitava le braccia un po' flaccide, la generosa scollatura, il collo e il volto erano paonazzi. Sembrava molto arrabbiata. Marcella continuava a sistemarsi gli occhiali sul naso, come faceva sempre quando era nervosa, e si tormentava la fede, unico ricordo, insieme a due figli adolescenti, di un matrimonio finito da tanto tempo. Quando mi raggiunse aveva la faccia stravolta.
“Ma cosa diavolo combini quando non ci sono io, eh?”bisbigliò, mettendomi una mano sulla spalla, un attimo prima di entrare dal preside. Non sembrava arrabbiata, non con me, almeno.
“Siediti, Marcella” disse il preside, mentre io stavo in piedi, vicino alla porta. Ero già stato molte volte in quell'ufficio tappezzato di schedari e di libri scolastici che profumavano di nuovo, lasciati in visione dai rappresentanti delle case editrici. Dalla finestra si vedevano il parco della scuola e due operai che tagliavano la siepe. Mi incantai a guardarli.
“Dunque, la professoressa Ripetti mi ha riferito quello che Giacomo ha fatto alla prima ora”e mi lanciò un'occhiata severa, da sopra gli occhiali “tra l'altro mi dicono che non è nemmeno la prima volta. Ne eri al corrente?”
Marcella divenne rossa, suo malgrado, come una studentessa colta a fumare nei bagni e convocata nell'ufficio del preside, nonostante i suoi quarantadue anni, dieci dei quali passati in quella scuola come insegnante di sostegno. “Sì, lo fa spesso, quando è annoiato o preoccupato per qualcosa. Ma di solito smette subito, e gli altri non se ne accorgono...”provò a giustificarmi.
“Tu capisci che una situazione del genere non può essere tollerata. Se i genitori lo venissero a sapere...”
“La psicologa dice che Giacomo cerca di stabilire un contatto con i suoi compagni, attirando la loro attenzione in questo modo” aveva pronunciato queste parole sottovoce, perché non le udissi.
“Forse, se invece di rinchiuderci nell'aula di sostegno tutta la mattina rimanessimo in classe durante le ore di lezione, anche loro si abituerebbero alla presenza di Giacomo, finirebbero col sentirlo parte della classe....e lui la pianterebbe”
Marcella aveva pronunciato queste parole tutte d'un fiato, con un tono che non le avevo mai sentito prima. La guardai di sfuggita, aveva gli occhi lucidi, il viso congestionato.
“Che cosa vuoi dire?”aveva risposto il preside, a disagio. “La nostra scuola è molto attenta al tema dell'integrazione. Non devo certo ricordarti tutte le nostre iniziative di beneficenza a favore degli alunni stranieri o svantaggiati, oltre allo sportello psicologico attivo tutto l'anno e alla presenza di un tutor in ogni classe ...”
Marcella restava in silenzio, cercando le parole giuste, come accade alle persone timide quando vogliono dire qualcosa di importante, e temono di non riuscire a renderlo intelligibile al resto del mondo. Pensava al sollievo che si dipingeva sul volto della Ripetti, quando lei e Giacomo uscivano dall'aula. Era quasi sempre così anche con gli altri insegnanti.
Poi, come tutte le persone timide quando sentono che quello che hanno da dire è troppo importante per restare chiuso dentro di loro, lasciò uscire di colpo le parole, senza più cercare di arginarle.
Sentiva che quel fiume avrebbe potuto trascinarla molto lontano dalle certezze di sempre, da quel posto da precaria nel quale per dieci anni si era accoccolata come sopra un cuscino morbido, evitando il più possibile gli spigoli, ma non le importava più.
O forse, semplicemente, ora c'era qualcosa che le importava di più.
“Giacomo, e i ragazzi come lui, non se ne fanno nulla dei discorsi sull'integrazione. A loro servono gesti concreti, quotidiani, banali come solo la normalità può essere. Hanno bisogno di stare con i compagni, condividendo le piccole cose che fanno di un gruppo eterogeneo di coetanei, che fino a un attimo prima non c'entravano nulla gli uni con gli altri, una classe: l'ansia prima di un'interrogazione, la speranza che la prof che ritarda non arrivi per nulla, la battuta del ragazzo simpatico che fa ridere tutti, cose così.”
Il preside guardava fisso Marcella, con uno sguardo indecifrabile, sotto le sopracciglia grigie e i pochi capelli rimastigli.
Io pensavo all'aula di sostegno, quella minuscola, polverosa e opprimente stanzetta senza finestre e ingombra di vecchi libri scolastici che nessuno avrebbe mai più letto, dove ero solito passare la maggior parte delle mie mattine. Spesso mi era sembrata un nido accogliente, un luogo in cui non dover rendere conto a nessuno, se non forse a Marcella, di quello che ero. Adesso sentivo che non era quello il mio posto, ed era stata Marcella a farmelo capire
Il preside camminava per la stanza, compiendo gesti che tradivano, mettendolo a nudo, un disagio che avrebbe voluto dissimulare. Le parole di quell'eterna precaria, quella che tutti, anche i ragazzi, avevano sempre chiamato soltanto per nome, rimanendo seduti, quando entrava in classe, come se non fosse entrato nessuno, gli risuonavano da qualche parte, nella testa.
“Va bene, professoressa Primi. Fa' pure un tentativo. Aumenteremo le ore di sostegno, se necessario, ma devi fare in modo che non succeda più”disse il preside tutto d'un fiato, evitando accuratamente di incrociare il mio sguardo.

Usciti dall'ufficio, Marcella mi disse di andare a prendere lo zaino, e di raggiungerla in classe.

Nonnabomber

La lettera con l'ingiunzione di sfratto era sulla credenza, accanto agli occhiali e al telefonino con i tasti grandi. Le valigie e gli scatoloni, con le cose accumulate in vent'anni che stava lì, erano già stati portati via, nella nuova casa che le avevano assegnato.
Giovannina guardava le pareti spoglie di quell'appartamento che stava per lasciare, quelle pareti così sottili da lasciar passare per osmosi voci e vite al di là di esse.
Ne era passata, di vita, tra quelle pareti!
Coppie che litigavano, neonati che strillavano, l'ansimare di amanti focosi, televisori accesi a tutte le ore, e sempre a un volume troppo alto.
Le avevano tenuto compagnia, rompendo un silenzio che lei non riusciva a riempire solo con la radio e il miagolio dei suoi gatti, ma non era mai riuscita ad affezionarsi a nessuna di quelle voci al di là dei muri. In fondo erano solo voci, rumori e biancheria stesa ad asciugare sui balconi, nelle belle giornate.
Giovannina pensava che non le importava più niente, adesso che stava per andarsene. Presto, troppo presto, in quell'appartamento al primo piano ci sarebbe stato qualcun altro, forse lo stesso proprietario che ora la stava mandando via, e l'idea le faceva salire il sangue al cervello.
Aveva deciso, ormai.
Su un pezzo di carta, con la grafia elegante che aveva imparato alle elementari e le incertezze di chi, da allora, non aveva avuto molte occasioni di sfoggiarla, aveva scritto poche parole, poi aveva aperto lo sportello del telefonino per togliere la sim, gettandola sul tavolo.
Infine aveva trascinato faticosamente la bombola del gpl nell'ingresso, aveva aperto la valvola e chiuso la porta, allontanandosi più in fretta che poteva da quel mondo che non le apparteneva più.
Aveva lasciato il pezzo di carta sotto il tergicristallo di un'auto parcheggiata poco distante dal palazzo, poi aveva alzato per l'ultima volta lo sguardo.
Tutto era come sempre: dalle finestre uscivano i soliti rumori, e c'era la solita biancheria stesa a gocciolare, al secondo piano.
La stessa, irritante, meravigliosa normalità di cui lei non avrebbe fatto più parte.
Nemmeno voi, pensava tra sé. “Il signore non ve la farà godere, perché siete ladri”, aveva scritto.
Qualche ora più tardi, quando il gas della bombola aveva saturato l'aria del piccolo appartamento, invadendo il pianerottolo antistante, qualcuno aveva acceso una luce, o premuto il tasto dell'ascensore, scatenando un inferno di cui non sospettava l'esistenza.
L'esplosione aveva innescato un gigantesco incendio. C'era fumo dappertutto, e grida, e fuoco, e sangue.
I vigili del fuoco, quando il fumo si era diradato abbastanza da consentire di vedere, avevano trovato, tra gli oggetti scaraventati in aria dalla deflagrazione, delle mutande, forse strappate dal filo del bucato, coperte di sangue, e un telefonino dai tasti grandi, senza la sua sim.
Lei l'avevano trovata quasi subito, nella sua nuova casa.La grafia d'altri tempi, e la porta chiusa a chiave l'avevano tradita, portando subito a lei.
“Non sono pentita” aveva mormorato soltanto, gli occhi fissi e i pugni chiusi, al poliziotto che le aveva spiegato le conseguenze di quel suo gesto.