sabato 7 febbraio 2015

Oltre la serratura




“Padre, ho peccato”
“Parla, figliola, ti ascolto”
“Mio marito è avvocato, professore di diritto, commendatore: un uomo stimato e a volte temuto, un padre severo, per i nostri figli, un punto di riferimento anche per me. Tuttavia...”
“Tuttavia?”
“Da alcuni giorni, dopo che era tornato da un viaggio di lavoro in Umbria, lo vedevo preoccupato, pallido, dimagrito. Lui, che  loquace non è mai stato, aveva smesso  di parlare del tutto, e ogni piccolo rumore, perfino lo zampettare della nostra vecchia cagna sulle assi del pavimento, lo faceva sobbalzare.”
“Hai provato a domandargli cosa lo tormentasse?”
“Impossibile cavargli una sola parola! Lei non conosce mio marito, padre. E, dopo tutto, alla luce di quanto è accaduto poi, nemmeno io posso dire di conoscerlo davvero.”
“L'uomo è un  mistero che solo Dio è in grado di svelare. Non sempre possiamo comprendere chi ci sta accanto, ma continua...”
“Gli ho suggerito di consultare un medico, perché quel pallore e il tremolio delle sue mani mi parevano indizi certi di una qualche malattia, ma egli non ha voluto sentir ragioni.”
“E cos'è accaduto, allora?”
“Durante il giorno, e spesso fino a tarda notte, mio marito lavora nello studio che si trova nell'ala est della nostra casa. Io sto bene attenta che i ragazzi non vadano a far chiasso nei corridoi, per non disturbarlo, e cerco di ridurre al minimo i rumori della casa. Il lavoro, per lui, viene prima di ogni altra cosa, sa?”
“Egli lavora per la sua famiglia, e anche per lei, mi pare! Non vorrà biasimarlo…”
“Ma no, no, certo. Dicevo soltanto che per me è normale vederlo tutto il giorno chiuso nel suo studio, tra le sue carte e i suoi libri di diritto, colla sola compagnia della vecchia cagna, che ha l’abitudine di dormire sul tappeto, accanto a lui; ma non si era mai chiuso a chiave, prima di allora…”
“Forse temeva di esser disturbato da uno dei ragazzi…”
“No, le ho detto che li tengo sempre lontani da quell’ala della casa. Così mi è parso strano, e ho voluto saperne di più…”
“La curiosità è una cattiva consigliera, figlia mia. Che cos’hai fatto?”
“Sono andata nel corridoio, vicino alla porta dello studio. Si sentiva solo il ticchettio della pendola, al di là della porta. Poi ho accostato l’orecchio, e ho udito un rumore leggero di passi, via via più veloci e concitati, e  altri passi ancor più leggeri, che graffiavano l’impiantito. Non capivo cosa stesse succedendo, e così…”
“E così?”
“Ho guardato dal buco della serratura, padre…”
“Questo è male, lo sai, vero? Ma è un peccato veniale, il Signore ti perdonerà…Dimmi, cos’hai visto, oltre quella porta chiusa?”
“Mio marito era in piedi, in mezzo alla stanza. Il suo volto… il suo volto era irriconoscibile. Sorrideva, con due occhi folli di gioia…sfrenata, direi e…”
“…”
“Davanti a lui c’era la nostra vecchia cagna lupetta,  con gli occhi, già appannati dalla vecchiaja,  spalancati e come attoniti. E lui…”
“…!”
“Lui la teneva per le zampe posteriori e le faceva fare…”
“Basta, figliola, non è necessario che tu continui…”
“No, padre! Non posso tacere. Non potevo credere ai miei occhi. Per un momento ho pensato di avere le traveggole.
Lui, l’esimio professore, avvocato e commendatore, lui, il padre e marito esemplare, l’uomo tutto d’un pezzo…stava giocando con lei alla carriola,  come un qualsiasi monello!”
 (piccolo omaggio e sequel immaginario de  "La carriola" di Luigi Pirandello)





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