La verità è che su di me, e su quelli come me, grava da
sempre il peso di una condanna atavica che ci rende disprezzabili agli occhi di
chiunque. Anche i bambini piccoli, ancora immuni dal tarlo del pregiudizio,
istintivamente si ritraggono, atterriti, nel vederci. Avevo imparato, mio
malgrado, a vivere con la sola compagnia di me stesso e dei miei pensieri, e a
nascondermi, ogni volta che sentivo qualcuno avvicinarsi.
Lui era diverso: quel ragazzino dai capelli biondi e dal
volto carico di domande era arrivato all’improvviso e, vedendomi, non era
fuggito gridando. Diceva che mi trovava buffo. Era solo, e sperduto.
Forestiero, proprio come me, che mi sentivo forestiero ovunque andassi. Voleva
solo tornare a casa, lui che una casa ce l’aveva.
Io, incredulo e grato per quell’insperata confidenza, lo
ascoltavo con la diffidenza di chi, troppe volte, ha dovuto temere per la sua
stessa vita, ma qualcosa, nei suoi occhi, mi diceva che non mi avrebbe fatto
del male. Gli dissi che potevo aiutarlo a ritrovare la strada di casa, se
voleva. Aveva paura, ma accettò.
Ci demmo appuntamento, decidemmo il luogo e il giorno del
nostro prossimo incontro, quello che lo avrebbe riportato, per sempre, a casa.
Ma tanto è sempre la stessa storia: tutti ricordano la sua
rosa, la volpe e perfino la pecora; di me, di quel guizzo giallo tra la sabbia
del deserto, un istante prima che l’ometto dai capelli color del grano tornasse
a ridere sull’asteroide B612, non si
ricorda nessuno.
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