giovedì 2 aprile 2015

Deus ex machina



La verità è che su di me, e su quelli come me, grava da sempre il peso di una condanna atavica che ci rende disprezzabili agli occhi di chiunque. Anche i bambini piccoli, ancora immuni dal tarlo del pregiudizio, istintivamente si ritraggono, atterriti, nel vederci. Avevo imparato, mio malgrado, a vivere con la sola compagnia di me stesso e dei miei pensieri, e a nascondermi, ogni volta che sentivo qualcuno avvicinarsi.
Lui era diverso: quel ragazzino dai capelli biondi e dal volto carico di domande era arrivato all’improvviso e, vedendomi, non era fuggito gridando. Diceva che mi trovava buffo. Era solo, e sperduto. Forestiero, proprio come me, che mi sentivo forestiero ovunque andassi. Voleva solo tornare a casa, lui che una casa ce l’aveva.
Io, incredulo e grato per quell’insperata confidenza, lo ascoltavo con la diffidenza di chi, troppe volte, ha dovuto temere per la sua stessa vita, ma qualcosa, nei suoi occhi, mi diceva che non mi avrebbe fatto del male. Gli dissi che potevo aiutarlo a ritrovare la strada di casa, se voleva. Aveva paura, ma accettò.
Ci demmo appuntamento, decidemmo il luogo e il giorno del nostro prossimo incontro, quello che lo avrebbe riportato, per sempre, a casa.

Ma tanto è sempre la stessa storia: tutti ricordano la sua rosa, la volpe e perfino la pecora; di me, di quel guizzo giallo tra la sabbia del deserto, un istante prima che l’ometto dai capelli color del grano tornasse a ridere sull’asteroide  B612, non si ricorda nessuno.

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