giovedì 2 aprile 2015

Il superstite

Il superstite


Dicono che sono fortunato. Sono uno dei pochi sopravvissuti a quest’inferno di morte e miseria che è diventata la mia città. All'inizio sembrava solo una carestia, un momento difficile come ne avevamo già conosciuti, in passato. Poi abbiamo cominciato ad ammalarci, uno dopo l’altro, forse perché la fame e la disperazione ci avevano resi deboli, e a cadere come mosche, o come i topi che ci contendevano i giacigli e ci avvelenavano l’aria.
 Per primi sono morti mio padre e mia madre,  poi mia moglie e i ragazzi, uno a uno. 
Li hanno portati via su un carro, mentre deliravo per la febbre; non ho avuto il tempo di piangerli. Pensavo che li avrei raggiunti dopo poco tempo. Non è stato così. Sono ancora qui, sono guarito, e ora sono immune da questo morbo assassino, che continua a mietere vittime innocenti e non, senza distinzioni di genere, ceto o religione.
Sono immune, ho sconfitto la morte e ora posso girare per la città senza paura di incontrarla di nuovo, se non negli occhi dei moribondi, o in quelli, sbarrati, dei cadaveri che raccolgo per strada.  Sono maledetto, perché ormai vivo della morte degli altri, senza poter invocare la mia. Turpe, perché quei cadaveri sul carro, per me, sono solo corpi da buttare in una fossa comune, per farli scomparire alla vista.
Eppure oggi, quando quella donna dal volto dolente, di una bellezza che i  segni della malattia impressi sul corpo non riuscivano a offuscare, mi è venuta incontro, con la sua bambina morta tra le braccia, ho provato per lei un istintivo rispetto, come quando, da bambino, mia madre mi portava in chiesa e mi faceva togliere il cappello, davanti al Crocifisso. Ha voluto appoggiarla lei sul carro, sistemandola come se dormisse, e coprendola con un lenzuolo candido. Mi ha pregato di seppellirla con cura, e mi ha pagato perché lo facessi. Poi  mi ha dato appuntamento per quella sera stessa, perché tornassi a prendere anche lei, insieme alla sua figlia più piccola.

Io giravo tra le mani il sacchetto pieno di monete che quella donna mi aveva dato, certamente tutto quello che aveva. Ci avrei comprato del pane, molto pane, e altre cose da mangiare. Ero fortunato: sarei sopravvissuto ancora a lungo, eppure non potevo fare a meno di pensare che la vera fortunata fosse lei.

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