Il superstite
Dicono che sono fortunato. Sono uno dei pochi sopravvissuti
a quest’inferno di morte e miseria che è diventata la mia città. All'inizio
sembrava solo una carestia, un momento difficile come ne avevamo già
conosciuti, in passato. Poi abbiamo cominciato ad ammalarci, uno dopo l’altro,
forse perché la fame e la disperazione ci avevano resi deboli, e a cadere come
mosche, o come i topi che ci contendevano i giacigli e ci avvelenavano l’aria.
Per primi sono morti
mio padre e mia madre, poi mia moglie e
i ragazzi, uno a uno.
Li hanno portati via su un carro, mentre deliravo per la
febbre; non ho avuto il tempo di piangerli. Pensavo che li avrei raggiunti dopo
poco tempo. Non è stato così. Sono ancora qui, sono guarito, e ora sono immune
da questo morbo assassino, che continua a mietere vittime innocenti e non,
senza distinzioni di genere, ceto o religione.
Sono immune, ho sconfitto la morte e ora posso girare per la
città senza paura di incontrarla di nuovo, se non negli occhi dei moribondi, o
in quelli, sbarrati, dei cadaveri che raccolgo per strada. Sono maledetto, perché ormai vivo della morte
degli altri, senza poter invocare la mia. Turpe, perché quei cadaveri sul carro,
per me, sono solo corpi da buttare in una fossa comune, per farli scomparire
alla vista.
Eppure oggi, quando quella donna dal volto dolente, di una
bellezza che i segni della malattia
impressi sul corpo non riuscivano a offuscare, mi è venuta incontro, con la sua
bambina morta tra le braccia, ho provato per lei un istintivo rispetto, come
quando, da bambino, mia madre mi portava in chiesa e mi faceva togliere il
cappello, davanti al Crocifisso. Ha voluto appoggiarla lei sul carro,
sistemandola come se dormisse, e coprendola con un lenzuolo candido. Mi ha
pregato di seppellirla con cura, e mi ha pagato perché lo facessi. Poi mi ha dato appuntamento per quella sera
stessa, perché tornassi a prendere anche lei, insieme alla sua figlia più
piccola.
Io giravo tra le mani il sacchetto pieno di monete che
quella donna mi aveva dato, certamente tutto quello che aveva. Ci avrei
comprato del pane, molto pane, e altre cose da mangiare. Ero fortunato: sarei
sopravvissuto ancora a lungo, eppure non potevo fare a meno di pensare che la
vera fortunata fosse lei.
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